“Li colpiremo con estrema durezza nelle prossime due o tre settimane. Li riporteremo all’Età della Pietra, a cui appartengono”. Con queste parole, pronunciate il 1° aprile 2026 dalla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha delineato la sua idea sul futuro del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, entrato ormai nella sua quinta settimana. Nel suo primo discorso alla nazione in prima serata dall’inizio dell’operazione “Epic Fury”, Trump ha alternato toni da bullo, autocelebrazioni iperboliche e una serie di contraddizioni che pare abbiano poco a che fare con ciò che accade sul terreno.

Il presidente ha dipinto un quadro di vittoria totale, sostenendo che l’America “sta vincendo, e ora vince più che mai”. Ha descritto la potenza militare statunitense come “inarrestabile” e ha vantato la distruzione pressoché totale delle capacità nemiche: “Stasera, la marina iraniana non esiste più. La loro aeronautica è in rovina. I loro leader sono quasi tutti morti”. Cose che, a sentirlo, dovevano già essere accadute settimane fa e che non spiegano dunque, il proseguimento degli attacchi e le capacità di risposte iraniane su Israele e sui simboli statunitensi nel Golfo. Infatti, mentre Trump proclamava che gli obiettivi strategici sono “prossimi al completamento”, le sirene d’allarme risuonavano ancora a Tel Aviv e Doha, dimostrando che la capacità di Teheran di seminare il caos è tutt’altro che annientata.

Il discorso è stato costellato di imprecisioni storiche e menzogne manifeste. Trump ha rispolverato il vecchio cavallo di battaglia dei 1,7 miliardi di dollari in “contanti verdi, verdi” che Barack Obama avrebbe consegnato all’Iran su aerei per “comprare il loro rispetto”. Ha poi offerto una visione contraddittoria sui fini ultimi della guerra: “Il cambio di regime non era il nostro obiettivo”, ha affermato, per poi aggiungere immediatamente che “il cambio di regime è avvenuto perché i leader originali sono tutti morti”. Con il consueto stile provocatorio, ha suggerito agli alleati che dipendono dal petrolio del Golfo di mostrare un po’ di “coraggio ritardato” e andare personalmente nello Stretto di Hormuz per “prenderselo e proteggerlo”, sostenendo che l’Iran sia ormai “eviscerato”.

Ma la realtà sul campo, lontano dai podi dorati di Washington, racconta una storia di logoramento e distruzione civile che il diritto internazionale non esita a definire come potenziali crimini di guerra. Sebbene Trump affermi che “il lavoro duro è fatto”, lo Stretto di Hormuz rimane in gran parte chiuso e saldamente sotto il controllo dei Guardiani della Rivoluzione, che hanno liquidato le parole del presidente come “buffonate”. La strategia iraniana, definita dagli analisti come “vincere non perdendo”, punta a trasformare la superiorità tecnologica americana in un boomerang economico. Teheran sta utilizzando droni e missili a basso costo per costringere gli avversari a consumare sistemi di difesa che costano milioni di dollari per ogni singolo lancio, bruciando decine di miliardi di dollari in quello che sta diventando un conflitto asimmetrico senza una chiara via d’uscita.

Il costo umano è già devastante. I dati ufficiali iraniani parlano di oltre 2.000 morti, ma è la natura degli obiettivi colpiti a sollevare le critiche più aspre della comunità internazionale. I raid non hanno risparmiato le infrastrutture civili: sono stati distrutti impianti farmaceutici a Teheran, acciaierie a Isfahan e impianti di desalinizzazione dell’acqua sull’isola di Qeshm. Il sistema sanitario è al collasso, con almeno 24 operatori sanitari uccisi e oltre 330 strutture danneggiate o distrutte dai bombardamenti. Anche il patrimonio culturale mondiale è sotto attacco: il ministro della cultura iraniano ha denunciato danni a 56 musei e monumenti storici, tra cui la Grande Moschea di Isfahan e il Gran Bazaar di Teheran.

Mentre il presidente celebrava il successo di una “joint venture” petrolifera in Venezuela dopo un attacco “rapido, letale e violento”, i mercati globali hanno reagito al suo discorso con pessimismo: le borse sono scese e il prezzo del petrolio è salito, segno che gli investitori non credono a una fine imminente delle ostilità. Anche sul fronte interno, il consenso per la guerra sta crollando: un sondaggio Reuters/Ipsos indica che il 60% degli elettori americani disapprova il conflitto, mentre il 66% chiede un ritiro rapido, anche a costo di non raggiungere gli obiettivi prefissati.

Nonostante la proposta di un piano di pace in cinque punti da parte di Cina e Pakistan, l’amministrazione Trump sembra intenzionata a proseguire l’escalation. Il rischio, avvertono gli esperti, è che gli Stati Uniti cadano nuovamente nella trappola di una “guerra infinita” in Medio Oriente, incapaci di tradurre la superiorità militare in un risultato politico concreto e intrappolati in un conflitto che, lungi dal riportare l’Iran all’Età della Pietra, sta destabilizzando l’intero ordine mondiale. Pagine Esteri







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